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Il manichino, il nostro destino
inconscio
Sandro Parmiggiani
C’è stato un tempo, quello segnato da una passione politica
e civile che ora pare per sempre dimenticata e perduta, in cui l’espressione
“filo rosso” aveva un’ampia cittadinanza, godeva
di una circolazione assai diffusa nei discorsi quotidiani. “Filo
rosso” – espressione mutuata dalla cultura francese, e
dunque originariamente “fil rouge” – era qualcosa
che legava due avvenimenti apparentemente lontani e disgiunti, ne
sbaragliava l’apparente separatezza, segnalandone le radici
comuni di senso o di origine: la storia, il mondo, le stesse vicende
personali, grazie all’esistenza di quel tenace “filo rosso”
ci apparivano portatrici di una loro ragione interna, di un’intima
logica di svolgimento – nulla poteva dirsi isolato e autonomo,
molto poteva essere collegato, messo reciprocamente in relazione.
In verità, l’origine prima di questo termine che ha riscosso
tanta fortuna è nella Bibbia, e più precisamente nel
capitolo secondo del Libro di Giosuè, quando Rahab, una prostituta
pagana di Gerico, scopre che il popolo d’Israele e il suo Dio
sono uniti da un legame, solido e tenace, emblematicamente rappresentato
da una cordicella di filo rosso. Gli esploratori israeliti che lei
ha aiutato a sottrarsi all’ira del re di Gerico la invitano
a esporre alla finestra, attraverso la quale lei li ha fatti fuggire,
proprio quel filo, che sarà un segno di riconoscimento e di
salvezza della donna e della sua famiglia quando verrà il tempo
in cui Israele conquisterà Gerico. Quel “filo rosso”
si dipana e si srotola fino ad arrivare a Gesù, come si legge
nella genealogia del Vangelo di Matteo, passando per il re-pastore
Davide, di cui Rahab sarebbe stata la trisnonna...
Carlo Maestri ha collegato, attraverso una cordicella rossa che traccia
un segno che lega, avvolge, o, assumendo la forma incrociata, pare
volere cancellare, due immagini accostate: un muro che reca il retaggio,
nei colori antichi che il tempo ha sovrapposto, di offese e di insensibilità;
il ritratto, spesso gelidamente inespressivo, di un manichino. A volte,
il cordoncino rosso pare ripercorrere il tracciato tormentato dei
segni di Emilio Scanavino – con i quali noi sentiamo una particolare
affinità e familiarità, ricordandoci i nodi che i contadini
facevano con i rametti di salice per legare la vite al proprio supporto.
Al di là dello sviluppo grafico e spaziale del segno, Maestri
ha compiuto un’operazione che subito appare oscura e misteriosa.
Qual’è innanzitutto la ragione – non potendo pensare
che gli accostamenti siano determinati dal caso – che l’ha
indotto a mettere in relazione quel particolare volto di manichino
e quel particolare frammento di muro per farne una coppia di immagini
che si guardano, si parlano, entrano in rapporto anche attraverso
quel filo rosso? La risposta non è affatto agevole, anche se
l’osservazione di questi dittici getta qualche chiarore nel
buio. Un primo fondamento della scelta di Maestri sta, all’interno
delle due immagini, nelle affinità di colore, nei richiami,
nell’eco che si dà, ad esempio, tra il colore di un muro
e quello dei capelli del manichino; in altri casi, è la complementarietà
dei colori che entra in causa; in altri ancora, sono le forme: i segni
di un abito, o quelli di una pettinatura, vanno a rimare con qualche
graffito inscritto nel muro. Confesso, tuttavia, che il mistero, al
di là di queste risposte, persiste, e ciò, come aveva
intuito Braque, non è poi male; chi guarderà queste
immagini sarà chiamato a fornire la propria interpretazione.
Un’altra domanda, assai più fondante, che ci si può
porre è perché Maestri abbia deciso di accoppiare l’immagine
di un manichino e quella di un muro. Pensando a una possibile risposta,
mi è venuto in mente un testo di Giorgio de Chirico, Nascita
del manichino, in cui lui ripropone ad esergo una sua poesia del 1938
– nella quale un pino “porta sul tronco il suo destino
inconscio” e un indefinito “colui” “attende
e reca sul tronco il colore dei nostri tempi”. La poesia è
collegata a un suo dipinto dell’epoca, Mannequin méridional,
con “un personaggio seduto con le gambe corte ed il busto monumentale”
– spiega, de Chirico, nel testo, di avere abbandonato la figurazione
dei manichini in piedi “perché, malgrado il loro indiscutibile
senso metafisico, erano troppo simili alla poesia della marionetta
e a quella del duo nel vecchio melodramma italiano” e di avere
fatto ricorso a quelli seduti dopo avere visto i santi e gli apostoli
del Duomo di Milano. E, spiega conclusivamente de Chirico, che “è
curioso guardare come in un veicolo qualunque, ippotrainato o automobile,
il personaggio meno misterioso è quello che conduce (cocchiere
o autista), perché in certo senso si mischia e confonde con
il veicolo; i veri fantasmi sono gli altri, quelli seduti dentro.”
Dunque, il manichino è in un qualche modo l’emblema della
odierna condizione umana: la pressante, stordente, generale richiesta
di velocità, di prestazioni, di risultati – insomma,
di essere dei “personaggi” che s’impongano sul teatro
della vita – può portare sia a esistenze non autentiche,
mutuate dai modelli prevalenti, sia al ritrarsi in una passività
che rifiuta ogni scelta e si lascia vivere. Il manichino, con lo stereotipato
sorriso che lo contraddistingue, con il colore di una carne non vera,
ma cangiante secondo una finzione che mai si fa realtà, è
in fondo penetrato nella vita vera, è diventato un attore del
mondo – non essendo l’autenticità alla moda, dato
che ciò che ci si chiede è un certo modo di apparire,
non di essere... Quanto, ancora, al colore anonimo della carne del
manichino, senza i segni che il tempo impietosamente vi deposita –
un volto e un corpo recano i segni sia delle sofferenze fisiche che
di quelle interiori patite –, forse il manichino è anche
l’emblema dell’aspirazione “moderna” a un
corpo ascettico, perfetto, perennemente rifatto e rimodulato secondo
i canoni, mutevoli, di una bellezza che sfugge al tempo vero della
vita per assumere quello fittizio ed effimero della moda.
Maestri, nella sua ormai lunga pratica di fotografo impegnato nella
ricerca artistica, ha affrontato molti cicli, nei quali l’attenzione
ai muri, e a quel che resta dei manifesti incollati su di essi, già
aveva avuto modo di mostrarsi. Ora, attraverso questi “fil rouge”,
mette in relazione una sembianza di umanità, che pare avere
smarrito il proprio senso di natura, di materia, di carne, con un
muro, che per definizione è lavagna inanimata su cui l’uomo
e il tempo, attraverso scelte consapevoli o eventi casuali, lasciano
delle tracce. In fondo, i segni dell’umano possiamo rintracciarli
più sui muri che sui volti delle persone: il filo rosso che
lega il manichino-oggetto, l’emblema di una vita impossibile,
alla materia, forse ancora persiste, ma con un senso del tutto stravolto
e capovolto. Solo se sa vedere la bellezza e l’autenticità
dei muri, ed esserne guardato, la persona può affrontare e
vincere la battaglia contro la sua possibile riduzione a fantasma,
a manichino, a silente spettatore di una vita che altrove si dà. |
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